E' la proposta del Sindacato Italiano dei Veterinari Liberi Professionisti (Sivelp)


“Il randagismo è un fenomeno che dura da decenni: 27 anni fa si è cercato di limitarlo con la legge 14 agosto 1991, n. 281 in materia di animali di affezione e prevenzione. Oggi il problema non è stato risolto, anzi si è ingigantito - afferma Angelo Troi, segretario nazionale del Sindacato italiano dei veterinari liberi professionisti  (Sivelp) - L’Anagrafe Canina Nazionale continua a crescere nei numeri, probabilmente poco correlati alle realtà regionali. La legge avrebbe dovuto risolvere i problemi in Italia e dare uno strumento ai Comuni per tenere i cani che non avevano proprietario. Nello stesso tempo dava la possibilità ai proprietari di registrare gli animali, in modo tale che il randagismo dovesse terminare e dare all’Italia un’immagine mitteleuropea. Non è stato così. In Europa ci sono in media 1 cane per 10 abitanti mentre in alcune Regioni italiane il numero di cani è decisamente elevato, arrivando anche a 3 cani ogni 10 abitanti, dunque numeri piuttosto elevati”.

La soluzione che proponenete come Sivelp è una tassa a favore della sterilizzazione per combattere il randagismo
“Una delle possibilità, che non è detto sia la migliore, è quella di prevedere un controllo che incentivi la 
popolazione a sterilizzare gli animali. Noi l’abbiamo chiamato contributo di solidarietà, che renda responsabili i proprietari del potenziale riproduttivo degli animali. Il cane sterilizzato verrebbe escluso dal contributo, mentre i proprietari che, per scelta, non hanno voluto sterilizzare i loro cani sarebbero tenuti a un versamento annuale.Dovrebbe essere di cifre ragionevoli non altissime e con questo contributo, dato ai Comuni, i sindaci possano provvedere  per le persone meno abbienti alla sterilizzazione degli animali.

Ci sono differenze tra le varie Regioni italiane?
“Abbiamo notato che le Regioni con il più alto numero di animali registrati all'Anagrafe sono quelle che hanno 
effettuato maggiori controlli oppure sono quelle nelle quali, all’inizio di questo decennio, ci sono stati dei problemi di malattie infettive come la rabbia. Qui il controllo degli animali sul territorio è stato puntuale, corretto e intenso. Questo ha portato a tante registrazioni, anche se poi i dati non sono aggiornati quasi mai in caso di cambiamento di residenza del proprietario o in caso di morte dell'animale. Tant’è che le banche dati cancellano automaticamente il nome del cane dopo 25 anni”.

Perché bisogna debellare il randagismo? 
“La prima motivazione seria è che lasciare i cani in una situazione di randagismo è un dramma per gli stessi 
animali. Vengono abbandonati sul territorio e, quindi, soffrono di patologie oppure hanno difficoltà relative al loro sostentamento. Non hanno cibo, nessun trattamento contro i parassiti e molto spesso muoiono senza neanche essere percepiti nei loro numeri reali dalla popolazione. Oltre a questo, hanno problemi di branco e quindi possono creare delle difficoltà sul territorio, aggredendo persone ma anche animali, cosa che spesso non vediamo e trascuriamo. Le aggressioni ai turisti, poi, hanno dato un’immagine dell’Italia a livello internazionale come un Paese del Terzo mondo. Ma in primo luogo c’è il malessere di questi animali lasciati in quelle condizioni”.

Cosa si fa nel resto d’Europa contro il randagismo?
“Nella maggior parte degli Stati che hanno risolto il problema del randagismo è stata applicata la sterilizzazione. 
Non è vero che gli animali randagi si riproducono in maniera esponenziale. La realtà è che gli animali possono riprodursi solo se sono collegati in qualche maniera ai cittadini, se ricevono il cibo o ricevono un minimo di cura. Quando questi animali sono veramente randagi, la loro capacità riproduttiva viene molto ridotta sia dalle malattie, di cui parlavamo prima, sia dai problemi di alimentazione, sia dalla presenza di altri animali o altri cani di altri branchi che possono distruggere in parte quelli appena nati. Quindi la vera fonte esponenziale di sviluppo del randagismo è quella dei cani mantenuti vicino alle abitazioni senza che ci siano delle regole per evitare che si riproducano”.

Bruno Bruni