Non più discarica degli indesiderabili ma luogo simbolo di un cambiamento culturale e sociale che ridia al cane la dignità che merita. Un libro ci conduce alla scoperta dei canili italiani e, soprattutto, di quella che dovrebbe essere la vera relazione tra uomo e cane

di Patrizia Notarnicola

 

Quando Luca va in una nuova città, ha l’abitudine di fermarsi in un bar e di chiedere ai presenti: "Scusatemi, mi sapreste indicare la strada del canile più vicino?".. La maggior parte delle volte ottiene sguardi interrogativi e perplessità. "Non sapevo nemmeno che ci fosse un canile qui…" si sente spesso rispondere. Segue la classica frase: "Ah no, io non ce la faccio ad andare in canile, soffro troppo…". Ha iniziato così a riflettere sul fatto che, se un obiettivo importante del canile è quello di favorire il reinserimento dei cani in società, è necessario che la società almeno ne conosca l'esistenza e non ne abbia paura.

 

Così Luca Spennacchio - studioso di zooantropologia applicata, istruttore cinofilo, formatore - ci racconta com'è nata l'idea del libro 'Canile 3.0' : "Vado laddove le persone hanno paura di andare, per mostrare la quotidianità del canile, per parlare con chi ci lavora tutti i giorni e capire quali sono le reali problematiche da affrontare e risolvere tutti insieme".

Luca Spennacchio

 

Una vita trascorsa nei canili, prima come volontario, poi come educatore, infine come formatore. Queste esperienze si basano su uno studio approfondito della mente e del comportamento del cane. Ci racconti il tuo percorso?

Mi sono avvicinaro al mondo dell’addestramento alla fine degli anni ’80 ma non sopportavo di veder punire i cani continuamente. Cercai libri che parlassero del loro comportamento. “L’intelligenza dei cani” di Stanley Coren nel 1996 per me rappresentò un cambiamento radicale. Finalmente si parlava di comportamento ed etologia. In realtà il vero salto “evolutivo” lo feci grazie all’incontro con Roberto Marchesini, che stava portando in Italia i dettami fondamentali della zooantropologia (ndr. la zooantropologia è la disciplina che studia il rapporto uomini e animali "non umani") e dell’approccio cognitivo allo studio del comportamento animale, in sostanza allo studio della mente del cane. Da quel momento comincia a lavorare gomito a gomito con Marchesini. Il mio ruolo era quello di studiare come tradurre in pratica ciò che in teoria veniva spiegato da queste due affascinanti discipline. Avevo finalmente trovato il mio posto. Il fascino della scoperta e dell’apprendimento continuo furono il motore di tutto il resto.

 

Sulla base dei tuoi studi e della tua esperienza, qual è l'idea comune del canile nell'opinione pubblica e quanto questa corrisponde alla realtà?

La società è stata tenuta lontana dai canili per molto tempo. I grandi mezzi di comunicazione ne hanno parlato solo per riportare le notizie negative sui canili lager o sull’infiltrazione della delinquenza organizzata nella gestione dei fondi. In più, per anni, una certa tipologia di animalismo, una corrente che ancora oggi fa proseliti, ha fondato sul pietismo la comunicazione rivolta alle masse. Tutto ciò ha contribuito a formare una visione angosciante e tremenda del canile in sé e, drammaticamente, questa ombra negativa ha avvolto anche i cani che ci vivono. Così per molti i cani del canile sono animali di serie B: scarti, bastardi, pericolosi e malati, di una categoria inferiore. Le “categorie” sono arbitrariamente fatte dalle persone stesse e dalla cultura di un Paese che è cresciuto con la erronea convinzione che un cane di razza sia di più di un cane..I cani sono vittime della crudeltà, dell’ignoranza e dell’inciviltà dell’uomo.

 

Quali sono i principali problemi che riscontri all'interno dei canili? 
Il problema culturale non è solo fuori dal canile. Anche dentro le sue mura spesso si pensa che non vi sia poi molto di importante da sapere sul cane, e che il trasporto emozionale individuale e soggettivo sia più che sufficiente a gestire la complessa realtà dei canili e dei cani in essi ospitati.

 

Vuoi dire che, talvolta, manca una reale conoscenza del cane anche all'interno di queste strutture?

La superficialità con cui per lo più si tratta la questione “cani” è spesso disarmante anche dentro. Nel libro, insieme a molte riflessioni sulla situazione attuale e su cosa a mio avviso abbia contribuito a generarla, vi sono anche molti spunti un po’ più tecnici (ma assolutamente fruibili da un vasto pubblico) su come potrebbe essere condotto il lavoro in canile, sopratutto nella parte di training dei cani: quali obiettivi fissare e come arrivarci. Ma se qualcuno cerca l’ennesimo libro su come far sedere un cane o su come farsi dare la zampa, beh, non è certamente questo quello giusto. Nella parte finale ho riportato anche un buon numero di progetti svolti negli anni sia da me che da molti stimati colleghi e colleghe, impegnati lungo tutto lo stivale nelle diverse realtà culturali, che richiedono accorgimenti particolari al fine di adattare il lavoro al contesto.

 

Qual è il tuo modello ideale di canile?
Il canile dovrebbe diventare un luogo dove si fa cultura sul cane, dove si possono fare esperienze di conoscenza e dove si possa trovare un compagno per la vita. Il tutto dovrebbe portare il canile stesso ad essere obsoleto in poco tempo, così che avvenga la definita metamorfosi da luogo di “stivaggio” di cani abbandonati in struttura di servizi alla comunità, con pochissimi animali, accolti lì per situazioni contingenti d’emergenza e che in brevissimo tempo dovrebbero essere ricollocati in una famiglia.

 

Canile 3.0 è anche un progetto audiovisivo On the Road.

Si, ho pubblicato 5 episodi sul canale YouTube "Canile 3.0" ma ho già raccolto molto materiale nel mio ultimo viaggio nel sud della Sicilia, nelle zone di Scicli, Vittoria e Ragusa In questi giorni mi trovo a Roma, al canile Muratella. Spero che questi documentari si possano diffondere anche al di fuori dei soliti circuiti perché lo scopo è quello di raccontare una realtà a coloro che non la conoscono o ne hanno una visione distorta, nel bene e nel male.

 

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