Recarsi in viaggio agli scavi di Pompei e perdersi tra gli affreschi di epoca romana con il proprio cane, può rivelarsi un percorso intimo e particolarmente emozionante. Qui, attraversando idealmente i secoli, il profondo legame tra l’uomo e il cane ci parla di fedeltà.

 

L’archeozoologia, da questo punto di vista, svela i segreti di una convivenza a tratti sorprendente. Il Prof. Pelagalli, coautore insieme al Dott. Michele Di Gerio del libro ”Il Cane nell’Arte Pompeiana” ed.Valtrend, conduce dagli anni ’60 degli studi che gli hanno permesso di analizzare i resti dei cani e dei loro padroni nell’attimo fatale dell’eruzione vulcanica di Pompei. Con essi ha potuto visionare le pitture che affrescavano le case dei Pompeiani. La sua straordinaria attività lo ha portato a porre l’attenzione su quelle scene, di recente ritrovamento, che certificano l’antica coabitazione domestica e routinaria dei cani con i loro proprietari. Quasi sempre una convivenza interessata e spostata verso un rapporto funzionale da parte dell’uomo verso il cane. Al contempo la docile fedeltà, che il cane concedeva all’uomo, si spingeva fino alle estreme conseguenze della morte in battaglia. Sentimenti forti , immagini a volte cruente, altre di semplice quotidianità, vecchie di secoli, che giungono dirette fino a noi come per costringerci ad una riflessione che termina immancabilmente negli occhi del  nostro cane. I colori nelle pitture, i chiaroscuri di molti mosaici, forme  istantanee  di vita comune, caricano di significato le pose teatrali a tratti drammatici del momento dipinto .Gli antichi Romani, come da loro costume, nutrivano un crudo realismo anche nelle arti figurative. Furono la prima popolazione a classificare i cani in base al loro utilizzo. Vennero selezionati cani per la caccia, altri da guardia, altri ancora da compagnia .Il cane poteva rappresentare anche uno status symbol , una forma di ostentazione della ricchezza del suo proprietario. La versatilità del cane poi poteva tradursi in usi per noi inaspettati come arma letale in guerra ,attrazione nei giochi del Circo e persino “cane-guida” per ciechi. Il Prof.Pelagalli, già Preside della Facoltà di Medicina Veterinaria presso l’Università di Napoli Federico II , descrive cosi le sue scoperte: “Sessanta anni fa sono stato chiamato dal Prof.Maiuri , sovraintendente degli scavi di Pompei  e del Museo Nazionale di Napoli, a collaborare e vedere le razze dei cani che si trovavano nelle pitture pompeiane e scrivemmo anche un opuscolo insieme con Il Prof. Carlo Giordano su questa tematica. A distanza di anni, i nuovi scavi hanno messo in luce un notevole numero di queste figure per cui ho ritenuto opportuno aggiornare quel che avevo scritto tanti anni fa e dare un contributo all’archeologia di oggi. L’interesse per i cani è dovuto al fatto che sono gli animali più di frequente trovati vicini agli scheletri di uomini e di donne. L’importanza nel mondo antico del cane, ovvero nelle attività collegate alla famiglia, si doveva al ruolo in un certo senso di protettore della famiglia come lo definiva Petronio, fino a essere l’amico dell’uomo .Questo animale ha sempre dimostrato una certa vicinanza agli abitanti di Pompei . Oggi come duemila anni fa si possono ammirare ritratti in scene familiari presenti anche su pitture ellenistiche, cioè del periodo sannitico, o su quelle augustee. Non appaiono differenze tra i cani di Pompei e quelli moderni nè da un punto di vista morfologico nè per il rapporto che hanno instaurato con l’uomo cioè con la società pompeiana, sia per il bene che i pompeiani nutrivano per questi animali sia perché l’Arte del tempo amava ritrarli in queste pitture. Se vediamo le scene mitologiche sembra quasi che il cane non ne sia stato solo un testimone, ma vi partecipi come un vero e proprio attore, dando impressione di esserne parte integrante”. Poi chiosa ricordando una frase di Plutarco: “Il cane in compagnia guarda sempre l’occhio dell’uomo e gli è amico perché lo segue in ogni dove”. Anche attraversando l’eternità ci verrebbe da dire.

Bruno Bruni